È domenica sera. Il bambino dorme. E mentre sistemate la cucina, vi passa per la testa quel pensiero che conoscete bene: «Avrei potuto fargli fare di più». Una gita non fatta, un laboratorio saltato, un pomeriggio in cui eravate troppo stanchi e avete lasciato correre. La sensazione, sottile e insistente, di non bastare mai.
Cara mamma, caro papà, se vi riconoscete in tutto questo, voglio dirvi una cosa che forse nessuno vi ha mai detto con chiarezza: quella sensazione vi sta mentendo. E oggi vi spiego perché.
La trappola del «non sto facendo abbastanza»
Esiste un’idea, diffusa e tossica, che pesa sulle spalle dei genitori di oggi: che un bambino, per crescere bene, vada riempito. Di attività, di corsi, di stimoli, di esperienze, una dietro l’altra, in una corsa senza fine. E che ogni ora «vuota» sia un’occasione persa, un piccolo danno al suo futuro.
Da qui nasce l’ansia. La domenica sera in cui fate il conto di quello che non avete fatto. La sensazione di essere sempre un passo indietro. Ed è un’ansia particolarmente crudele, perché non finisce mai: per quanto facciate, si potrebbe sempre fare di più.
Voglio liberarvi da questo peso. Perché non è vero.
Non è la quantità. È tutt’altra cosa
I ricercatori che hanno studiato per anni il rapporto tra il tempo dei genitori e il benessere dei figli sono arrivati a una conclusione che dovrebbe togliervi un macigno dal petto: la quantità di tempo conta molto poco. Le ore accumulate, le attività incastrate una sull’altra, hanno un’influenza sorprendentemente piccola su come cresce un bambino — sul suo equilibrio, sul suo comportamento, persino sul rendimento a scuola.
Non è quanto. È come. È la qualità di quei momenti, il fatto di esserci davvero — non con il corpo accanto e la testa altrove, ma lì, interi.
E questo cambia tutto. Perché significa che non dovete riempire. Dovete scegliere bene, ogni tanto, e poi essere presenti. Un solo pomeriggio vissuto per intero insieme vale più di dieci pomeriggi pieni di cose attraversate di corsa, con voi a controllare l’orologio.
Il vostro stato si trasmette a lui
C’è un’altra cosa che la pressione di «fare di più» vi nasconde. Un bambino non sente solo quello che fate insieme: sente come state mentre lo fate.
Quando siete tesi, di corsa, con la mente alla lista delle cose da sbrigare, lui lo percepisce — anche se non dite una parola. E quando invece siete distesi, presenti, dentro il momento con lui, accade qualcosa di prezioso: il vostro stato di calma diventa il suo. Gli studiosi lo chiamano co-regolazione: è attraverso la vostra serenità che il bambino impara, poco a poco, a sentirsi al sicuro nel mondo.
Ma ecco il punto: per essere sereni e presenti, dovete poter posare il fardello. E un genitore che si sente in dovere di organizzare, stimolare, intrattenere e «far rendere» ogni minuto, quel fardello non lo posa mai. Per esserci, prima dovete potervi fermare.

Il teatro come camera di decompressione
Ed è qui che entra una cosa che forse non avevate considerato.
Quando varcate la soglia del nostro teatro a Villa Borghese, lungo il Viale dei bambini, succede una cosa rara: per un’ora, non dovete fare niente. Non dovete inventare un gioco, non dovete gestire i tempi, non dovete decidere cosa viene dopo. Le luci si abbassano, la storia comincia, la musica suona dal vivo, i burattini di legno prendono vita mossi a mano. E voi potete finalmente posare il telefono e il ruolo di registi del pomeriggio, e tornare a essere semplicemente lì, accanto a vostro figlio.
Lui è sulla sua piccola sedia, voi dietro, sulle panche di legno. Per un’ora non c’è niente da organizzare, niente da temere, niente da stimolare. C’è solo una storia da vivere insieme. E quella è esattamente la condizione in cui nasce il ricordo: non quando vi affannate a costruirlo, ma quando smettete di provarci e siete davvero presenti.
Non dovete riempire quel pomeriggio. Per una volta, potete lasciarlo accadere. E senza che facciate nulla, vostro figlio porterà a casa una storia in testa, e voi una scorta di serenità che, di questi tempi, vale più di mille attività.
Un atto d’amore strategico
Quindi no: portare vostro figlio a teatro non è un’altra casella da spuntare nella corsa a chi fa di più. È il contrario. È il permesso di scendere da quella corsa, almeno per un pomeriggio.
È quello che mi piace chiamare un atto d’amore strategico: una scelta che fa bene a lui — perché costruisce un ricordo di quelli che restano — e che fa bene a voi, perché vi restituisce un’ora in cui non dovete essere genitori perfetti, ma solo genitori presenti. Le due cose, lo avrete capito, sono la stessa cosa.
Se volete, date un’occhiata al cartellone sul nostro sito. Scegliete una storia, prenotate due posti, e poi non pensate a nient’altro. A quella parte ci pensiamo noi.
Vi aspetto a teatro. E, per una volta, vi aspetto per non farvi fare niente.
Caterina Vitiello Direttrice Artistica del Teatro San Carlino
