Biancaneve: come spiegare l’invidia a tuo figlio senza renderlo diffidente

«Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?»

La conoscete tutti, questa domanda.

Ma avete mai pensato a cosa accade subito dopo? Lo specchio risponde «Biancaneve», e da quel momento una donna decide di far uccidere una ragazzina. Non perché le abbia fatto del male. Solo perché è più bella di lei.

Cara mamma, caro papà, è qui che molti genitori si bloccano. Perché «Biancaneve» costringe a parlare ai bambini della cosa più difficile da spiegare: che esiste una cattiveria senza motivo. E la domanda diventa: come glielo racconto, senza insegnargli a diffidare di tutti?

Una cattiveria senza motivo

Il lupo di Cappuccetto ha fame: è un pericolo, ma un pericolo che si capisce. La matrigna di Biancaneve, invece, è qualcosa di più sottile e più inquietante. Lei non ha bisogno di nulla. Vuole solo che un’altra persona smetta di splendere. È l’invidia: il desiderio non di avere qualcosa, ma di toglierla a chi ce l’ha.

È il male più difficile da spiegare a un bambino, proprio perché non ha una ragione comprensibile. Eppure è un male che, prima o poi, vostro figlio incontrerà — non nella forma di una regina con uno specchio, ma in quella di un compagno che lo esclude perché è bravo in qualcosa, di un’amicizia che si incrina per gelosia. Meglio che impari a riconoscerlo adesso, in una storia, che da solo e impreparato, un giorno qualunque.

Perché tuo figlio ha bisogno di conoscere l’invidia

L’invidia è l’emozione di cui si parla meno, la più nascosta, quella che facciamo fatica ad ammettere persino con noi stessi. Forse anche per questo le fiabe la mettono in scena con tanta forza: per darle un nome, un volto, una forma riconoscibile. Un bambino che ha visto la regina rodersi davanti allo specchio ha già, dentro di sé, un piccolo strumento in più: la prossima volta che incontrerà quel sentimento — negli altri, o anche dentro di sé, perché capita a tutti — saprà chiamarlo per nome. E ciò che ha un nome fa molta meno paura.

Non si tratta di rendere il bambino sospettoso. Si tratta di dargli gli occhi per vedere. Riconoscere l’invidia non vuol dire aspettarsela ovunque: vuol dire non esserne travolti quando, raramente, la si incontra.

Ma la storia non finisce lì

Ed ecco la parte che troppo spesso si dimentica, e che per me è il cuore di tutto. «Biancaneve» non è la storia di una bambina perseguitata. È la storia di una bambina che, cacciata di casa, scopre che il mondo è pieno di bontà inattesa.

Perché cosa trova Biancaneve, là fuori, nel bosco? Non altri nemici. Trova sette piccoli sconosciuti che la accolgono, la proteggono, le fanno spazio nella loro casa e nelle loro vite. Trova una famiglia dove non se l’aspettava. La fiaba dice ai bambini una cosa preziosa quanto la prima: sì, là fuori esiste chi ti vuole male, ma esiste molto di più chi è pronto a volerti bene — e spesso si trova proprio dove non penseresti di cercarlo.

Riconoscere il male, fidarsi del mondo

Qui sta l’equilibrio che ogni genitore vorrebbe trasmettere, e che è difficilissimo a parole. Lo psicologo Erik Erikson lo descriveva come il compito più importante dell’infanzia: imparare a fidarsi del mondo senza per questo diventare ingenui. Né paura di tutto, né fiducia cieca: ma quella cosa adulta e rara che è l’apertura con un pizzico di prudenza.

«Biancaneve» fa esattamente questo, in un’ora. Insegna a riconoscere il male — l’invidia della regina — e nello stesso respiro a fidarsi del bene — i nani. Esce dalla sala un bambino con gli occhi un po’ più aperti, e il cuore non meno aperto di prima. È il regalo più difficile che una storia possa fare.

I nostri sette nani

A teatro, poi, quell’equilibrio è cucito addosso al bambino con cura. Perché se la regina ha la sua inquietudine — quel tanto che serve a far capire chi è — sono i sette nani a tenere leggera tutta la storia. Sono la nostra allegria, ciascuno con il suo carattere, i suoi battibecchi, le sue manie. E lo specchio magico, da noi, ha sempre qualcosa di buffo. I bambini ridono di loro mentre la storia tiene il suo brivido: è il nostro modo di stare dalla parte di chi guarda, sempre.

La storia ha i suoi momenti intensi, e ve lo diciamo con onestà: sotto lo spettacolo trovate l’età che consigliamo e due righe sul tono, così scegliete il momento giusto per il vostro bambino. Ma è un brivido che si attraversa e si lascia alle spalle, mentre la musica suona dal vivo e i nani aspettano dietro l’angolo per farvi sorridere.

Gli occhi aperti, il cuore aperto

Alla fine, è questo che vostro figlio porta a casa da «Biancaneve»: non la paura di una regina cattiva, ma la capacità di guardare il mondo per quello che è — un posto dove esiste un po’ di male, e moltissimo bene. E la certezza, gentile, che il secondo è quasi sempre più grande del primo.

Trovate «Biancaneve» e le età consigliate sul nostro sito. Scegliete la data giusta, e venite a scoprirla con noi.

Vi aspetto a teatro.

Caterina Vitiello Direttrice Artistica del Teatro San Carlino

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